Il Corpo Disabile: barriera al godimento

A cura del Prof. Mariano Indelicato, Presidente Pronto Soccorso Psicologico-Italia

sessualità e corpo disabile

La mia disabilità è che non posso usare le gambe. Il mio handicap è la tua percezione negativa di quella disabilità, e quindi di me. 

Rick Hansen

 

Le ricerche e gli studi  sulla sessualità dei disabili , seppur importanti per l’analisi dei bisogni sessuali individuali dei soggetti disabili e per la rilevazione dei fattori ambientali che favoriscono e\o, come nella maggior parte dei casi, creano ostacoli al godimento della sessualità, non hanno affrontato, anche se più volte citato, un argomento a mio parere importante ovvero il corpo del disabile poiché la sessualità, come tutti gli atti che coinvolgono il sistema emotivo, parla e si esprime attraverso il corpo. D’altronde, come scrive Heidgger,  “L’uomo vive, vivendo-come-corpo e così è ammesso nell’aperto dello spazio e grazie a questo essere-ammesso, soggiorna già in anticipo in una relazione con il prossimo e con le cose”.  Esso, come riporta Foucault (2008), pur essendo il “punto zero” del contatto tra l’individuo e il mondo esterno, spesso viene dato per scontato, quasi non calcolato,  e sebbene attorno ad esso si dispongono gli oggetti, le relazioni, i desideri e il potere,  viene oscurato dalle relazioni. Non è così, secondo Plummer (!995) nella sessualità dove, al contrario, diventa il luogo privilegiato e l’attore principale. Ancora Foucault (2008 op. cit.),   dando maggiore enfasi a quanto sostenuto da Plummer (2008) mette in relazione corpo e sessualità, scrive “fare l’amore è sentire il proprio corpo richiudersi su se stesso, è esistere finalmente fuori da ogni utopia, con tutta la propria densità nelle mani dell’altro. Sotto le dita dell’altro che ti percorrono, tutte le parti invisibili del tuo corpo si mettono a esistere. Contro le labbra dell’altro, le tue diventano sensibili. Davanti ai suoi occhi socchiusi, il tuo viso acquista una certezza. C’è finalmente uno sguardo che vede le tue palpebre chiuse”.

Un corpo, quello disabile, che per tanto tempo è stato considerato manchevole, difettoso, imperfetto che, sul piano della rappresentazione sociale,  “è in grado di accedere solo a forme (contenute) di relazione”,soprattutto, “fondate sull’affettività” (Bocci, Guerini, Isidori , 2019).  L’emotività, i sentimenti, l’anima del disabile per tanto tempo è stata imprigionata dentro un corpo non riconosciuto e\o, addirittura, dentro un “non corpo”.

Un esempio emblematico lo troviamo, in letteratura, nel gobbo di Notre Dame nell’omonimo romanzo di Victory Hugo il quale innamoratosi della bella Esmeralda non riuscirà mai a esprimere il suo amore e, solo alla fine del romanzo,  il lettore scopre la sua passione quando uccide l’arciprete Frollo reo di aver assassinato la stessa ragazza e contemporaneamente si suicida. A Quasimodo  non era permesso poter esprimere i propri sentimenti a causa delle deformazioni del proprio corpo.  

In psicoanalisi l’inconscio per esprimersi ha bisogno di un corpo, quindi, i disabili si troverebbero, per le suddette considerazioni,  nella spiacevole situazione di non poter esprimere le proprie emozioni per il mancato riconoscimento del proprio corpo, non tanto per i propri limiti, ma soprattutto, per il mancato incontro in un luogo “altro” con altri corpi.   E’ormai patrimonio consolidato della psicologia che il riconoscimento avviene attraverso il rispecchiamento, attraverso le relazioni con l’ambiente esterno. Schilder (1935), introducendo il concetto di immagine corporea, fa rilevare che essa proviene sia dalle percezione reali sia dall’espressione simbolica della storia vissuta nelle esperienze di relazione, di comunicazione con l’ambiente esterno. Ne consegue che l’immagine corporea non è semplicemente il frutto delle percezioni delle strutture fisiologiche e biologiche del corpo ma esse vanno inserite all’interno di una matrice simbolica, la cultura, in grado di dare significazione alle stesse esperienze percettive. Zappa (2009), rafforzando questo concetto, sostiene che l’acquisizione dell’immagine corporea è una tappa, non solo, fondamentale dello sviluppo costituendo la prima esperienza di consapevolezza di sé, ma è il frutto dell’intreccio tra componenti di origine organico – biologiche e di natura psico-relazionale.  Damasio (1995), superando il dualismo di origine cartesiana mente-corpo,  mette in evidenza che il corpo è il luogo dove per primo si concretizza la consapevolezza dei sentimenti, delle emozioni e lo sviluppo della coscienza (2012).

La psicoanalista francesce F. Dolto, addirittura, attraverso il concetto di immagine inconscia del corpo, inserisce quest’ultimo all’interno della filogenetica e l’ontogenetica. Infatti, l’immagine inconscia del corpo precede o va di pari passo con l’inizio della stessa esistenza umana : “Occorre almeno il desiderio cosciente di un atto sessuale completo da parte del padre, occorre un desiderio inconscio da parte della madre, ma quel che di solito si dimentica è che occorre il desiderio inconscio di  sopravvivenza dell’embrione in cui si origina la vita umana” (1994).

All’interno di essa, legata alla identità personale, dal momento del concepimento, si trova traccia di tutte le esperienze relazionali del soggetto.   In sostanza, l’immagine inconscia del corpo è il filo unificante di tutta l’esperienza soggettiva nell’incontro con gli altri, con l’ambiente esterno. Interessante, ai fini del presente lavoro, è la distinzione che la Dolto opera tra l’immagine e lo schema corporeo. Quest’ultimo è la risultante del riconoscimento razionale che il soggetto acquisisce, riprendendo un concetto caro a Lacan, durante la fase dello specchio. E’ talmente sconvolgente per il bambino vedere la sua immagine riflessa allo specchio che per riconoscersi ha bisogno di guardarsi con la presenza di un’altra persona conosciuta, generalmente, la madre. Il riconoscimento può avvenire in un luogo “altro” e attraverso l’altro.

E’ l’incontro-scontro tra il desiderio, rappresentato all’immagine inconscia del corpo, e la giustizia – schema corporeo – che permette lo strutturarsi di una identità stabile. Inoltre, l’immagine inconscia del corpo proprio per la sua ontogenesi è di natura simbolica poiché come abbiamo visto serve a dare significazione all’esperienza umana nell’incontro con l’altro.  La ricerca ha già dimostrato che i bambini iniziano a riconoscere la propria immagine davanti allo specchio all’incirca attorno ai due anni (Lewis e Brooks-Gun, 1979).

Il concetto di corpo espresso dalla Dolto trova parecchie similitudini, pur nella diversità e specificità di oggetto di studio, con quanto sostenuto da V. Cigoli (2007) nell’ambito dei suoi studi e ricerche sul famigliare e sulla generatività. Introducendo il concetto di corpo familiare intende riferirsi alla incorporazione di un singolo membro all’interno di una storia. L’essere dentro la storia familiare permette alle persone non solo di  incorporarsi ma nello stesso tempo di essere riconosciute.

E’ attraverso il riconoscimento che, come messo in evidenza dalla Arednt(1978),  che l’identità si trasforma da fisica a narrativa ovvero dotata di una storia singolare e irripetibile. Honneth (1992), ipotizza che  talmente è forte il bisogno di essere riconosciuti che è “un interesse quasi-trascendentale della razza umana”  Piromalli (2012), dando maggiore forza a quanto espresso da Honneth, mette in evidenza che in totale assenza di qualsivoglia pratica riconoscitiva la riproduzione delle società sarebbe impossibile, come lo sarebbe per il singolo individuo la conduzione di una vita propriamente umana, in quanto caratterizzata da una seppur elementare fiducia in sé e nel proprio ambiente relazionale. Al venir misconosciuti si associano sentimenti di reazione negativa come il risentimento, l’ira o la vergogna: essi fanno percepire al soggetto la lesione infertagli con la privazione del riconoscimento e possono fornire a esso la spinta psichica per azioni volte a recuperare quest’ultimo.

Date queste premesse è legittimo chiedersi il corpo del disabile viene riconosciuto? E se viene riconosciuto come viene riconosciuto? In quale specchio si specchia?

Il corpo, per le motivazioni sopra descritte, determina sia l’identità di chi lo abita sia le relazioni individuali e sociali.  Sentiamo l’esigenza, dettata dal sistema normativo di riferimento,  di catalogare le persone per alcune loro caratteristiche e su questa base stabilire il tipo di legami e/o di relazioni da stabilire con essi. Ogni giorno in base a queste categorizzazioni distinguiamo tra belli e brutti, grassi e magri, alti e bassi, malati e non malati,  etc .La nostra società, la società occidentale tende a categorizzare in maniera dicotomica in modo da distinguere il conforme dal non conforme. Ciò che viene scartato è il continuum ovvero che per poter stabilire ciò che è bello abbiamo la necessità di avere un contraltare (il brutto) e, senza di quest’ultimo, non avrebbe senso neanche il bello.  Prima Foucault (1997)  e successivamente Hall e Link (2004) fanno riferimento alla funzione normalizzatrice delle norme e, soprattutto, alla loro dicotomia basata sulla dualità normale\patologico,  lecito\illecito.

In particolare, gli ultimi due autori introducono i concetti di “protonormalismo”,  che rappresenta l’azione categoriale per cui gli individui vengono inseriti in un polo o nell’altro,  e   “normalismo flessibile” in cui la dualità non si esprime solo e semplicemente in maniera oppositiva ma anche in maniera comparativa. Nel primo caso, i soggetti vengono suddivisi in due categorie in base ad una pre-esistente noma; nel secondo, invece, la categorizzazione avviene nel vissuto relazionale in base al confronto, alla comparazione con l’altro. Una importante differenza nei due processi sta nel soggetto agente che nel protonormalismo è frutto dell’altro, mentre nel formalismo flessibile è la risultante  di un’azione soggettiva.  Il corpo, quindi, viene inserito all’interno di un contesto normativo che lo classifica e lo categorizza ma, nello stesso tempo, l’individuo si rispecchia nell’altro e, di conseguenza, si auto – definisce. Quest’ultimo processo, chiaramente, varia in funzione del contesto relazionale di riferimento.  

Il Pronto Soccorso Psicologico Italia, nella sua mission sulla promozione del benessere psicologico, non può trascurare una fetta di popolazione che ha diritto al godimento del piacere sessuale. La promozione di percorsi educazionali sulla sessualità rivolte a famiglie e care givers con soggetti disabili sono uno dei punti fondamentali dello scopo dei professionisti della nostra organizzazione. Il corpo disabile seppur diverso è un corpo che necessità di riconoscimento. Il Pronto Soccorso Psicologico Italia è in prima linea in questa battaglia per superare le barriere mentali che si frappongono al soddisfazione dei desideri delle persone con disabilità.

Prof. Mariano Indelicato, Presidente PSP-Italia