Il corpo violabile: una riflessione sulla violenza di genere

a cura della Dott.ssa Nicoletta Caruso, Psicologa Clinica, Pronto Soccorso Psicologico Italia

Abstract

The concept that natural or universal laws do not determine the manifestations of the human body but are subjected to the influences of the historical context of reference is a thesis entirely accepted by all social disciplines.

However, there is an area of particular relevance which has been little explored and concerns the role that the body has assumed and that it takes in gender violence.

The following brief historical examination aims to highlight the evolution of the perception of the female and male body in different historical periods.

Riassunto

La concezione secondo la quale le manifestazioni del corpo umano non siano determinate da leggi naturali o universali, ma piuttosto sottoposte alle influenze del contesto storico di riferimento, è una tesi pienamente accettata da tutte le discipline sociali.

Ma c’è un ambito, di particolare rilevanza, che è stato poco approfondito e che riguarda il ruolo che ha assunto, e che assume il corpo nella violenza di genere. La breve disamina storica che segue, ha l’obiettivo di mettere in luce l’evoluzione della percezione del corpo femminile e maschile in relazione ai diversi periodi storici.

Violenza sulle donne

Introduzione

In questo ultimo periodo, il tema della violenza è stato trattato su più fronti e da diversi punti di vista proprio per l’importanza che riveste e, soprattutto, per le vicende di cronaca che hanno interessato il nostro paese.

Si parla sempre più spesso della violenza di genere e delle conseguenze che essa provoca: conseguenze non solo giuridiche ma anche e soprattutto psicologiche e, queste ultime, sono sicuramente ben conosciute da tutto il mondo.

Quello su cui, forse, non si è abbastanza riflettuto, riguarda il ruolo che riveste il “corpo” in tutta questa faccenda. E credo sia un argomento molto complesso che sicuramente racchiude in sé tutta una serie di dinamiche che, inevitabilmente, hanno condotto la nostra società e la nostra cultura ad oggi e alle comuni considerazioni della donna e della violenza di genere.

Le origini della violenza di genere sono antichissime e si basano su miti, pregiudizi, su credenze e tradizioni tramandate nel corso del tempo, che hanno relegato la donna ad una condizione di inferiorità, sia sul piano sociale che su quello giuridico e politico.

Platone (1970) considerava la donna come un essere inferiore all’uomo:

“… Non crediamo che le femmine dei cani da guardia debbono cooperare a custodire ciò che custodiscono i maschi, cacciare insieme con loro e fare ogni altra cosa in comune? O crediamo che le femmine debbano starsene dentro a casa perché impedite dalla figliazione e dall’allevamento dei cuccioli, e i maschi faticare per tutte le cure degli armenti? – Ogni attività dev’essere comune, rispose; con l’eccezione che il impieghiamo tenendo presente che le une sono più deboli, gli altri più vigorosi”.

(Platone, Repubblica, libro V, passo 451d3-452e2).

Aristotele (2006), considera la donna un essere umano imperfetto:

… Le donne sono ‘maschi sterili’. “La donna, poichè non possiede sufficiente calore naturale, è incapace di ‘cuocere’ il suo liquido mestruale fino al punto di raffinatura, al quale diverrebbe sperma ( cioè seme).Perciò il suo solo contributo all’embrione è la materia, ed un ‘campo’ sul quale può crescere”. L’incapacità di produrre seme è la sua insufficienza.

La ragione per la quale è l’uomo a dominare nella società è la sua superiore intelligenza. Solo l’uomo è un essere umano ‘completo’. “La relazione tra maschio e femmina è per natura tale che il maschio è più alto, la femmina più bassa, l’uomo domina e la donna è dominata.”(Aristotele, Pol. I, 5, 1254b, 13-14)

Anche il Cristianesimo ci insegna che la donna è subordinata all’uomo: pensiamo al peccato originale dove Eva, attraverso la seduzione fisica, tentò Adamo facendo ricadere il castigo perenne su tutta l’umanità; o al modello femminile ideale rappresentato da Maria Vergine come emblema di castità e assoluta obbedienza.

O ancora, l’affermazione di Rousseau (1762), secondo cui l’uomo deve essere forte e la donna deve rimanere passiva e debole, confermava la cultura della subordinazione della donna all’uomo di quel tempo.

Come racconta Laqueur nel “L’identità sessuale in occidente dai greci a Freud” (Laqueur, 1992), il corpo femminile non era considerato di specie diversa, ma rappresentava la versione rovesciata e imperfetta di quello maschile.

Nei manuali di medicina, anatomia, ginecologia, la vagina e l’utero erano rappresentati come il pene e lo scroto rovesciati, rivolti verso l’interno.

“Non esistevano termini specifici per gli organi del corpo femminile, tant’è che le ovaie erano indicate con il nome di testicoli; fino al ‘700 mancava un termine tecnico per indicare la vagina e non si aveva nessuna rappresentazione dello scheletro femminile.

Ciò che più stupisce è che questa ignoranza del corpo femminile non può essere imputata ad una forma di sapere puramente speculativa, ma nasceva invece da una pratica scientifica empirica. La dissezione dei cadaveri era sicuramente praticata in età ellenistica, così come in età moderna; eppure per gli anatomisti il corpo era esclusivamente maschile.” (Mannella, 2014).

Tutto ciò, a parere, di Laqueur, testimonia che “la storia della rappresentazione delle differenze anatomiche tra uomo e donna è dunque straordinariamente indipendente dalle strutture effettive di questi organi, e anche da ciò che di essi si sapeva. Era l’ideologia e non la precisione delle osservazioni, a determinare in qual modo venivano visti, e quali differenze contavano e quali no.” (Laquer, 1992, p. 117).

“E’ interessante a tal proposito sottolineare che, quando nel 1559 Realdo Colombo individuò l’esistenza della clitoride e la considerò come la sede del piacere femminile, ciò non suscitò lo scalpore che avrebbe dovuto far sorgere. Tale scoperta, infatti, si presentava con la forza di una decisiva anomalia rispetto al paradigma del corpo monosessuale maschile che indicava nella vagina l’equivalente rovesciato del pene. Significativamente la questione fu sottaciuta;il corpo femminile che aveva provato a testimoniare la propria esistenza fu nuovamente rimosso.

Tali vicende sono indicative del modo di procedere dell’attività scientifica ed evidenziano che il contesto della scoperta risente del più generale contesto culturale e politico.” (Mannella, 2014).

Pensiamo, inoltre, alla teoria freudiana, secondo la quale “la donna si costituisce attorno a una mancanza, quella dell’ organo genitale maschile, il fallo.

La bambina capisce di essere donna nel momento in cui si rende conto di non avere l’attributo fondamentale per essere un uomo; di conseguenza, essendo ontologicamente vittima del “complesso di evirazione”, costruisce la propria soggettività attorno a questo segno meno. Diventare donna significa passare attraverso una dolorosa fase di accettazione della propria mancanza. Se, come sostiene inizialmente Freud, “l’ anatomia è il destino”, la donna ingiustamente “castrata” dalla nascita non può che provare “l’invidia del pene”, ovvero un senso di mancanza e d’inferiorità organica, che si traducono in un sentimento di inferiorità rispetto all’altro sesso. In quest’ottica, alla donna non resta che compensare la propria mancanza attraverso la generazione di un figlio [dono pacificante dell’uomo] e attraverso il ruolo sociale che esso le conferisce.

Nulla di più maschilista: sostenere che la donna (vista come un “uomo senza fallo”, dunque inferiore) acquisti senso e valore solo nel momento in cui dia vita a un figlio (un sostituto del fallo), significa mortificare la sua soggettività, riducendola a una macchina generatrice.

La differenza sessuale viene quindi ridotta al piano puramente anatomico (avere o non avere il fallo) e solo da esso derivano poi le conseguenze sul piano psichico.” (Ciucci, 2016).

Queste visioni della donna sono solo alcune di quelle che si sono succedute nel corso del tempo ma, è inevitabile non notare l’importanza che il corpo assume in ognuna di queste.

“Improvvisamente, intorno alla metà del ‘700, si afferma un nuovo paradigma del corpo umano improntato ora ad un radicale dimorfismo. Accadde, insomma, in quel periodo, ciò che Kuhn ha definito una rottura rivoluzionaria (Kuhn, 1970) e si assiste, pertanto, all’emergere di una nuova organizzazione gestaltica della percezione.

Pur guardando nella stessa direzione, gli scienziati vedono qualcosa di completamente diverso: dove prima percepivano identità ora vedono differenze.

Il modello del corpo monosessuale viene pertanto abbandonato e al suo posto subentra quello del corpo bisessuale caratterizzato da un radicale dimorfismo. L’anatomia e la fisiologia maschile e femminile cominciarono ad essere rappresentate come assolutamente opposte. Nel nuovo modello non erano più le differenze spirituali a determinare la diversa posizione sociale per uomini e donne, ma l’inevitabile conseguenza della diversità dei corpi. Gli uomini, per attitudine naturale, erano dinamici, attivi, rivolti a competere e imporsi nel mondo sociale; le donne, invece, erano naturalmente passive, anatomicamente predisposte alla cura della prole, alla funzione di sostegno, al governo delle faccende domestiche.

E se nel modello del corpo monosessuale l’uomo era capace di auto dominio e misura, ora il suo naturale dinamismo comportava una prorompente sessualità, mentre la donna era descritta come innocente e angelicata.

Pertanto, se ancora nel ‘600 le ostetriche erano prodighe di consigli alle donne per raggiungere il piacere e favorire così il concepimento, fra il ‘700 e l’‘800 questa convinzione fu lasciata cadere. Nel nuovo paradigma la donna diventava un essere apassionale e l’orgasmo era considerato una prerogativa esclusivamente maschile.” (Mannella, 2014).

Considerazioni

Da questa breve disamina storica, emerge chiaramente che ogni discorso di genere, almeno in occidente, ha sempre comportato una diseguale distribuzione del potere.

Nel 1985, Elisabeth Stanko traccia della violenza di genere, un profilo sociale molto particolare:

“L’esperienza dell’intimidazione e della violenza fisica e/o sessuale da parte degli uomini fa parte integrante della vita delle donne. È così comune che verrebbe loro di darla per scontata; mentre si dà per scontata la paura… La vulnerabilità delle donne… non è dovuta a un destino biologico ma alla loro posizione sociale… Ed esse sono consapevoli che l’aggressione fisica e sessuale… verso di loro, non solo non è proibita, è anzi regolata… Il fatto che tutti gli uomini non mettano in atto questo diritto è irrilevante rispetto al potere che a loro, in quanto genere, è consentito esercitare.”

“Quella che emerge è una vera e propria asimmetria di potere regolata che sembra fondare le basi della violenza degli uomini sulle donne, quasi a descrivere una diversa consistenza sociale dei corpi di uomini e donne: forti, consistenti, attraversanti quelli maschili; deboli, inconsistenti, attraversabili, accessibili quelli femminili” (Trasforini, M. A., 1999); “Quasi fossero fatti di stoffe socialmente diverse, gli uomini «si sentono» socialmente forti e le donne

«si sentono» socialmente deboli: i corpi vissuti sono dunque fra loro molto diversi.” (Bordo, 1997).

Vi è, quindi, un’ipotesi che comincia ad emergere: ovvero l’idea che la violenza di genere “abbia una conseguenza e, al tempo stesso, un presupposto proprio nella diversa consistenza dei corpi di uomini e donne, con l’effetto che il corpo degli uomini è socialmente autorizzato ad invadere quello delle donne, con gradienti che hanno nella violenza sessuale l’aspetto più clamoroso.

Questa affermazione, trova riscontri in una gran quantità di gesti quotidiani, relativi al diverso modo in cui uomini e donne si muovono e si ritengono autorizzati/e a muoversi nelle varie situazioni: dal come si cammina per strada di giorno e di notte, al come si entra in un locale pubblico, al come si sta seduti/e nello scompartimento di un treno, e, ovviamente, al come ci si sente vulnerabili e a rischio.” (Trasforini, 1999).

Gli studi sulla violenza, spesso, hanno poco considerato il corpo perdendo di vista il significato più profondo e comunicativo che esso racchiude e di cui è portatore: “… Non esiste infatti un corpo neutro, escluso dal continuo processo di produzione culturale di significato; esistono invece un vocabolario e una sintassi del corpo che, come quelli di tutte le lingue, sono culturalmente dati (Bordo 1993, 26-28).

In tal contesto, dove il corpo assume un ruolo centrale e nell’ottica della violenza di genere, non si può fare a meno di citare Foucault con la sua “microfisica del potere” che, sebbene applicata al contesto carcerario, rende facile un confronto con la violenza di genere.

Il corpo, dice, è direttamente immerso in un campo politico, i rapporti di potere lo prendono, l’investono, lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, l’obbligano a cerimonie, esigono da lui dei segni. Non c’è corpo senza potere, e non c’è potere senza corpi. La tecnologia politica del corpo è dislocata e diffusa, diventa microfisica perché è fatta di reti, di relazioni sempre tese e in attività (Foucault, 1975). L’autore, tuttavia, non indaga su quanto i dispositivi di produzione e riproduzione quotidiani abbiano effetti sui corpi fino a produrne di disciplinati per genere: maschile e femminile.

Traccia però un solco che va verso questa direzione e, come afferma De Lauretis – richiamando proprio Foucault – “il genere, come la sessualità, non è una proprietà dei corpi bensì l’insieme degli effetti prodotti nei corpi, nei comportamenti e nelle relazioni dallo spiegamento di una complessa tecnologia politica.” (De Lauretis, 1996).

“Foucault, inoltre, in linea con il periodo storico che cominciava a modificare alcune visioni culturali, parla dell’isterizzazione del corpo della donna, ovvero la costruzione di un corpo saturo di sessualità (Foucault 1976), che fa identificare la donna col suo utero e che corrisponde alla necessità di proiettare e riscontrare sui corpi differenze che sono invece inscritte nell’ordine sociale e politico.

Fino ad allora la definizione di corpo umano era basata su di un’unica struttura fondamentale (il corpo monosessuale), e questa era maschile.

E se nessuno, fino ad allora, era stato particolarmente interessato a dimostrare l’esistenza di due sessi distinti, ad indagarne le differenze fisiologiche, era stato perché fino a quel momento esse non erano state politicamente rilevanti. E quando le differenze furono scoperte, esse erano già, nella forma stessa della loro presentazione e rappresentazione, profondamente segnate dalla politica di potenza del genere e dai differenziali di potere: i due corpi biologici rappresentavano – davano il supporto – ai due corpi sociali che erano già culturalmente differenti, l’uno forte e l’altro debole.

La definizione di corpi maschili come forti, e di quelli femminili come deboli, è dunque un risultato di quelle differenze «biologiche» che l’Illuminismo produce, identifica, incarica la nuova scienza, medica e biologica appunto, di indagare (Laqueur 1990), affinché il mondo fisico, il corpo, appaia reale e i suoi significati culturali come puri epifenomeni.” (Trasforini, 1999).

Anche in questo caso, come ci insegna Mary Douglas (1973,99), “il corpo sociale ha determinato il modo di percepire il corpo fisico, difatti «l’esperienza fisica del corpo, che è sempre condizionata dalle categorie sociali attraverso cui si realizza, sostiene che esiste un continuo scambio di significati fra i due tipi di esperienza corporale, e ognuna rinforza le categorie dell’altra”.

Secondo Bordieu (1992, 133), le nostre percezioni e definizioni dei corpi – maschili e femminili – derivano da un complesso “lavoro di socializzazione che tende a realizzare una somatizzazione progressiva dei rapporti di dominio sessuale», dunque delle relazioni fondamentali dell’ordine sociale.

Esso finisce per produrre due sistemi naturalizzati di differenze sociali inscritte nelle hexis corporali, ovvero nei modi di essere e di comportarsi dei corpi.

“Vengono così tracciate due classi opposte e complementari di posture, di modi di camminare, di comportamenti, di gesti; ma anche due classi nei cervelli, che le percepiscono secondo opposizioni dualistiche, aggiustate su distinzioni che esse stesse hanno contribuito a produrre e che permettono di re-ingenerare tutte le differenze registrate nell’uso dei corpi o nelle disposizioni etiche” (Bourdieu, 1990, 8).

Ed è proprio da qui che deriva “l’azione di una violenza che è simbolica prima ancora che fisica, e che fornisce il contesto di giustificazione – la naturalizzazione appunto di un corpo femminile invadibile – in cui quella fisica può realizzarsi” (Trasforini, 1999).

E quando si parla di violenza simbolica si fa riferimento al fatto di accettare quell’insieme di presupposti fondamentali che gli agenti sociali fanno entrare in gioco, semplicemente prendendo il mondo come ovvio, e il fatto di trovarlo naturale così com’è perchè vi applicano strutture cognitive derivate dalle strutture di quel mondo stesso (Bordieu, 1992, 129).

Su questo sfondo, la costruzione del corpo femminile come corpo debole, accessibile e dunque violabile, deriva dal miscuglio di tutta una serie di significati che si esprimono non solo nei comportamenti, ma anche nella definizione dei luoghi simbolici che diventano “pericolosi” in relazione al genere.

I dati di diverse ricerche in vari paesi, suggeriscono che esista una vera e propria mappa mentale dei luoghi in cui le donne si muovono o è loro consigliato muoversi (Dobash e Dobash, 1992; Stanko, 1995; Stark e Flitcraft, 1996 e, per l’Italia, Gruppo di lavoro e ricerca sulla violenza alle donne, 1996.

“Il fatto che la violenza si eserciti più in famiglia che da parte di sconosciuti contraddice molti luoghi comuni sugli spazi sicuri per le donne e la loro incolumità.

Uno in particolare: che il luogo del pericolo per eccellenza sia il fuori, la strada, la città, e che, di converso, quello sicuro sia il dentro, la casa. Proprio la discrepanza fra la geografia della paura e quella della violenza costituisce ormai un ben individuato e tematizzato campo di indagine”. (Trasforini, 1999).

Ci sono, quindi, della mappe gerarchiche segnate dal genere, dove si può o non si può andare e che contribuiscono a limitare il movimento delle donne.

Che d’altronde il movimento non fosse consono alle donne, in particolare a quelle della classe media, è testimoniato dagli abiti; quelli di moda erano adatti solo per una vita inattiva e oziosa: i corsetti pieni di lacci, le larghe crinoline e gli strascichi erano inadeguati per attività normali come salire le scale o camminare per le strade e adatti solo per stare ferme o farsi ammirare (Crane 1994, 4).

De Swaan (1981), mettendo in relazione la graduale scomparsa delle donne dalle strade nel corso della prima metà dell’800 e la diffusione dei sintomi agorafobici fra le donne nella seconda parte dell’800, ha letto in questa concomitanza l’introiezione del divieto e della

pericolosità dei luoghi pubblici. Gli attacchi, ovvero soffocamento o paralisi del movimento, spesso associati a timori di violenza o a fantasie sessuali, si manifestavano in luoghi pubblici, strade, piazze e sembravano somatizzare proprio i divieti di movimento imposti. Significativamente i sintomi si placavano o scomparivano se la donna era accompagnata da qualcuno che la proteggesse, se si ristabiliva cioè quella condizione di dipendenza, protezione e tutela in sintonia con lo spazio disciplinato delle nuove gerarchie di genere.

Nel progressivo slittamento dal codice della decenza a quello della sicurezza, si è prodotto un meccanismo basato sulla disciplina e autodisciplina che ha fatto sì che le donne circoscrivessero i loro movimenti sentendosi altamente a rischio. E questo è uno dei risultati di quell’implicito ed esplicito invito – ingiunzione alle donne ad occupare poco spazio sociale (Trasforini, 1997).

Conclusioni

Da questa brevissima disamina storica appare evidente come si sia costruita, nel tempo, l’idea di un corpo femminile accessibile e violabile.

Si è discusso di molteplici significati attribuiti alla donna e della grande importanza che il corpo ha avuto in ognuno di questi, contribuendo alla definizione delle percezioni del genere: da una parte visioni diverse e dall’altra, queste stesse percezioni condizionano i confini della territorialità corporea di genere e del suo accesso.

In tal contesto, viene influenzata anche la territorialità corporale dell’altro/a, ovvero il comportamento del toccare o dell’essere toccati/e (Major, 1980).

In particolare, l’azione del contatto, del toccare (non inteso qui come molestia o aggressione) va prevalentemente dagli uomini verso le donne, da chi è più anziano verso chi è più giovane, da chi ha più potere verso che ne ha di meno; come altre forme di comunicazione non verbale, esso invia dunque messaggi di status e di potere (Major 1981, 22).

Seguendo la scia di Major (1981), se intendiamo lo spazio personale, ovvero la prossemica, come una sorta di “sfera invisibile” che avvolge gli individui e che varia nelle culture ed in relazione ai generi, è forse “utile ripensare la violenza di genere nella nostra cultura come l’autorizzazione sociale del genere maschile ad accedere senza negoziazione nel territorio della corporalità personale femminile” (Trasforini, 1999).

E si potrebbe ancora proseguire con le evidenze scientifiche ma, a questo punto, un interrogativo sorge spontaneo: “Come si potrebbe provare a cambiare tutto questo?

Probabilmente, si dovrebbe agire alle origini, ovvero su tutti quei meccanismi che contribuiscono, ogni giorno, a plasmare le percezioni del corpo femminile come debole e che fondano la violenza di genere.

Si potrebbe, poi, lavorare sulla strutturazione di nuovi metodi educativi atti alla promozione della valorizzazione del sé e non alla svalutazione; o ancora, “rafforzare i confini della corporalità personale delle donne o creandone di nuovi, con l’obiettivo di far nascere consapevolezza sul fatto che l’essere corpo debole e accessibile non è un destino o una

fatalità ma una vera e propria costruzione sociale e che anche per questo la violenza è evitabile.”(Trasforini, 1999).

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Dott.ssa Nicoletta Caruso

Dott.ssa Nicoletta Caruso