La Comunicazione in Famiglia

A cura della Dott.ssa Pamela Cantarella, Psicologa Clinica, Responsabile Settore Comunicazione Pronto Soccorso Psicologico-Italia.

Comunicazione in Famiglia

 

“Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione”, (Z. Bauman).

La Comunicazione è lo “strumento principale di relazione” che l’uomo ha a disposizione per creare e mantenere l’interazione con i propri simili.

Si può subito notare come questa definizione vada oltre una concezione di mera trasmissione di informazioni/contenuti, ed inglobi la “componente relazionale” della comunicazione, la cui importanza viene evidenziata anche nel secondo assioma della comunicazione definito da P. Watzlawick, secondo il quale “in ogni comunicazione c’è un aspetto di contenuto ed uno di relazione”: il contenuto indica “cosa” si sta comunicando, mentre “la modalità” con la quale lo si fa (il “come”) esprime il tipo di rapporto che intercorre tra gli interlocutori.

In ogni interazione anche i modi di fare, i gesti, esprimono dunque un messaggio; in base a ció, nessuno può esimersi dal comunicare, dato che questo risulta impossibile in quanto “ogni comportamento è comunicazione” (anche se non si proferisce alcuna parola). Concetto, quest’ultimo, descritto invece nel primo assioma della comunicazione secondo il quale: “è impossibile non comunicare” poiché non esiste un non-comportamento (P. Watzlawick).

Semmai ciascun individuo può decidere se comunicare in modo casuale, in modo spontaneo o “scegliere” una strategia, prestando attenzione alle modalità comunicative e soprattutto agli “effetti” che queste ultime possono produrre stabilendo, implicitamente e di conseguenza, anche la tipologia e la qualità delle relazioni con i propri interlocutori.

All’interno di qualsiasi “sistema interpersonale” ogni soggetto, dunque, influenza gli altri con le proprie modalità comunicative ed è, al contempo, influenzato dal modo di comunicare altrui.

La Famiglia può essere definita come quel “sistema di relazioni”, fondamentalmente affettive, in cui l’essere umano permane per lungo tempo e vive le sue fasi evolutive cruciali: periodo neo-natale, infanzia, adolescenza, svincolo (quest’ultimo sempre piú tardivo, per via dei cambiamenti strutturali e culturali degli ultimi anni, che hanno portato ad una permanenza dei figli in famiglia ben oltre la prima giovinezza);

per questo risulta necessaria una comunicazione efficace affinchè si possa sempre garantire il “giusto equilibrio” tra i membri della famiglia e all’interno di essa.

A questo proposito c’è da dire che la comunicazione in famiglia parte dalla “coppia”, che è possibile definire uno dei terreni linguistici piú delicati e sdrucciolevoli, viste anche le diverse matrici psichiche di uomo e donna, dalle quali scaturirebbero anche diversi modi di comunicare.
Rispetto a ciò S. Baron-Cohen richiama l’attenzione sull’esistenza di un cervello “maschile”, più organizzativo e votato alla teorizzazione, ed un cervello “femminile”, piú pratico, ma anche piú emotivo, che fa’ si che uomo e donna utilizzino “moduli comunicativi geneticamente differenti”, spesso causa di incomprensioni.

Con i “figli” la comunicazione inizia invece ancor prima della loro nascita: è infatti nel grembo materno che si fa la prima esperienza dell’esistenza del mondo esterno, sentendo i suoni ed i rumori che provengono dal di fuori, tra i quali “il suono per eccellenza”, rappresentato dalla voce della propria mamma.
A nascita avvenuta, sará con il “pianto” che il bambino metterà in atto la sua “prima forma comunicativa”, e da lì sará un “continuo interscambio”, guidato dall’’effetto di significazione materno”;
sará la madre che, con risposte puntuali ed appropriate, consentirà di far divenire via via sempre piú consapevoli ed intenzionali i tentativi e gli slanci comunicativi del proprio figlio, dotando al contempo di “senso” gli scambi interattivi.
È cosí che ascoltando le parole degli adulti (seppur, in un primo momento, non comprendendone il senso) il bambino imparerà a parlare; ed è cosí che egli imparerà anche ad aver fiducia negli altri, riuscendo a crearsi delle solide basi per le future relazioni interpersonali.

Ritornando alla “coppia” -sottogruppo per eccellenza del sistema familiare, caratterizzato da specifiche dinamiche relazionali e regole comunicative proprie-, e partendo dal presupposto che “ogni comunicazione è un processo dinamico e non statico” che sicuramente andrá incontro a cambiamenti piú o meno intenzionali, quella che spesso si instaura tra i due partner risente inevitabilmente dei “codici comunicativi” acquisiti all’interno delle famiglie di origine, che non sempre consentono una comunicazione efficace per via di differenti modalità linguistiche apprese sin dalla nascita, possibile causa di distorsioni e fraintendimenti “a monte”, (sebbene durante la fase dell’innamoramento, sull’onda del forte sentimento, si potrebbe tendere a sottovalutarli e neutralizzarli).

È durante il “percorso di coppia” che, di pari passo alla perdita dell’originario obnubilamento, potranno emergere malesseri legati a tutta una serie di elementi tra cui il rigido inquadramento mentale del rispettivo partner all’interno di schemi che rendono “prevedibili” e non lasciano spazio a visioni alternative; aspettative disattese, disillusioni di desideri riposti nell’altro, bisogni che non sempre si riescono ad esprimere, e che fanno crescere il senso di frustrazione affettiva…
Ecco che allora anche le modalità comunicative si modificheranno ulteriormente e di conseguenza, con i relativi linguaggi ed atteggiamenti.

C’è da dire che non-verbale e para-verbale rappresentano sempre degli “importanti indicatori del clima comunicativo”: silenzi, bronci, sospiri, chiusure o, al contrario, toni aggressivi ed accusatori, rivelano gli “assetti relazionali” in atto tra gli interlocutori;
il “non detto”, sebbene non venga espresso apertamente e resti nascosto, in realtà determina fortemente la comunicazione.

Proprio per tutto ciò, risulta fondamentale una “consapevolezza” degli aspetti che si trovano all’origine di certe dinamiche disfunzionali nei rapporti affettivi che influenzano anche le modalità comunicative, e che non sempre hanno a che fare esclusivamente con le attuali relazioni, ma sono da ricercare nella storia individuale di ciascuno.
Se non si riesce a farlo da soli si potrà chiedere aiuto a degli specialisti per poter intraprendere un lavoro di scoperta ed elaborazione delle eventuali problematiche sottostanti, che porterà al conseguente cambiamento dei comportamenti relazionali dannosi e delle relative modalità comunicative.
Poiché nelle relazioni affettive è più importante “ciò che si comunica rispetto all’altro e alla relazione”, piuttosto che il contenuto di cui si parla, sarebbe importante che le coppie fossero sempre consapevoli di questo “livello” del messaggio che ciascuno invia all’altro.

Detto ciò, quel che è certo è che la qualità della comunicazione della coppia influenza inevitabilmente anche quella con i “figli”.
E, a questo proposito, appare molto utile fare riferimento ad alcuni specifici modelli relazionali familiari che determinano gli “stili interattivi” -comportamentali e comunicativi- tra genitori e figli, descritti da G. Nardone in “Modelli di famiglia”.

Volendosi riallacciare ai cambiamenti prima accennati che negli ultimi anni hanno riguardato la famiglia determinando uno svincolo dei figli sempre piú tardivo (poiché molti giovani adulti, con il pretesto di poter raggiungere una maggiore formazione culturale, ritardano inserimento nel mondo lavorativo, matrimoni e/o convivenze preferendo rimanere a casa ad ultimare i propri studi, beneficiando dell’accudimento materno e di una gestione economica a carico dei genitori), un modello familiare molto diffuso è quello “iperprotettivo”.
In esso generalmente gli adulti quasi si sostituiscono ai giovani rendendo loro la vita più facile, cercando di eliminare tutte le difficoltà, fino ad arrivare a fare le cose al posto loro.
In tale situazione di comodità i figli abdicano al pieno controllo sulla loro vita, affidandola sempre più ai propri genitori; ne consegue una condizione di dipendenza e di immaturità protratta oltre il consentito, che genera sentimenti di incertezza, insicurezza e disistima.
Nel modello familiare iperprotettivo si creano delle peculiari modalità di comunicazione caratterizzate da una dinamica relazionale di tipo “complementare”, con i genitori in posizione “up” e il figlio in posizione “down”, e con un uso di parole e di gesti che enfatizzano la dolcezza, l’accoglienza, il calore, la protezione e l’amore.

Questo non è l’unico modello relazionale che può originare da uno “svincolo tardivo” in quanto, in alcuni casi, può verificarsi ad un certo punto un capovolgimento della situazione (oppure può instaurarsi cosí sin dal primo momento): i figli, nonostante abbiano deciso di protrarre nel tempo la convivenza con i genitori, possono assumere un atteggiamento di “ribellione” verso la propria posizione di inferiorità e l’atteggiamento di forte protezione e cura messo in atto nei loro confronti. Ecco che allora la comunicazione può diventare più dura ed assumere toni più aspri rispetto all’altra condizione precedentemente descritta, andandosi piuttosto a svolgere su un piano di “simmetricità” che prevede il frequente verificarsi di dinamiche di “escalation”, considerandosi gli interlocutori su uno stesso livello.

Altri possibili modelli relazionali, dai quali conseguono anche specifiche modalità interattive e comunicative tra i membri che ne sono coinvolti vedono, ad esempio, uno “stile democratico-permissivo” (G. Nardone) laddove i genitori sono amici dei figli, e c’è completa assenza di autorevolezza e di gerarchie. Qui i figli appaiono “dominanti”, sia a livello comportamentale che comunicativo, in quanto non sono presenti regole imposte con fermezza e decisione, ma i genitori si limitano, e solo in pochissimi casi, ad enunciarle quasi con timidezza e con poca convinzione e sicurezza. La comunicazione di questi ultimi appare inoltre diretta al raggiungimento dell’”accordo ad ogni costo” in nome dell’armonia, che li vede “arrendersi” per primi per timore dell’insorgenza di un’aggressività da parte dei figli, che non risulterebbero in grado di gestire.

Di contro, il “modello autoritario” (G. Nardone) vede invece dei genitori che esercitano il potere in modo deciso e rigido per mostrare che “vince il più forte”, ed ai figli non resta che accettare i dettami e le regole imposte dai genitori.
Autarchia, divieti e punizioni non lasciano infatti spazio al “vitale processo di individuazione” di chi, in queste fasi di crescita piú che mai, dovrebbe avere la possibilità di sperimentarsi, seguendo il proprio spirito di iniziativa ed i sani slanci esplorativi.
In questa realtà si tende a parlare poco e nelle occasioni ufficiali, dove si è riuniti tutti insieme, gli argomenti sono relativi all’educazione, alle previsioni per il futuro, a divieti e proibizioni.
Oppure, “piuttosto che affrontare gli azzardi del confronto, si preferisce il monologo, che di solito va di pari passo con il negare diritto di parola a chi porta visioni e opinioni contrarie, che non vengono prese in considerazione seriamente”, (Z. Bauman).

Infine, in un “modello delegante” (G. Nardone), anch’esso abbastanza diffuso in alcune realtà familiari contemporanee, i genitori delegano “ad altri” il loro ruolo di guida, deficitando notevolmente nella loro funzione di punto di riferimento.
Ciò avviene quando la coppia appare immatura e non pronta ad assumersi le responsabilità derivanti dal proprio ruolo genitoriale, presa prevalentemente dai propri “percorsi di realizzazione personale individuale”, ed approfitta e si appoggia, nella maggior parte dei casi, ad un contesto di relazioni familiari già strutturato come la famiglia di origine di uno dei due coniugi; le figure “delegate” per eccellenza sono infatti i nonni.

Ma anche insegnanti, babysitter o altre figure possono essere investite da questa funzione; ció provoca inevitabilmente nei figli un senso di disorientamento e dei vissuti di confusione, in quanto si presenteranno piú metodi ed orientamenti educativi da seguire, in un contesto anche di “competizione” tra le varie figure delegate ed i genitori stessi che, pur essendo gli artefici di una tale condizione, di fatto non vogliono rinunciare al proprio ruolo (seppur non esercitandolo), e non perdono occasione per reclamarlo e rivendicarlo.

Ma al di lá di tutto ciò, ed indipendentemente dai vari assetti relazionali che si possono instaurare all’interno del sistema familiare, una delle cause principali di difficoltà comunicative tra genitori e figli è e resterá sempre la “differenza generazionale”, che comporta inevitabilmente anche differenti punti di vista e diversi modi di vedere le varie situazioni della vita; e questo si evidenzia in maniera ancora piú critica quando i figli attraversano il periodo dell’adolescenza.

Per affrontare tutto questo si è visto come sia necessario che all’interno delle relazioni familiari si instauri una comunicazione idonea ed efficace. Frutto, a sua volta, della fondamentale capacità di equilibrio emotivo e relazionale nelle persone e tra le persone che compongono il sistema familiare.

Comunicare in modo corretto significa innanzitutto “saper ascoltare”: “L’incapacità dell’uomo di comunicare è il risultato della sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto” (Carl Rogers), e non solo a parole;
di attenzionare e prendere in considerazione, in maniera globale e completa, le esigenze degli altri, di tutti i membri della famiglia (dal piú piccolo al piú grande) accettando che “tutti” siano diversi, e che “ciascuno” abbia il suo modo di vedere e vivere le cose.
Accanto a ciò la verbalizzazione del proprio sentire e delle proprie emozioni risulta altrettanto importante affinchè poter consentire l’accesso all’altro nel proprio mondo interno, per permettere ed agevolare un lavoro di comprensione ed empatia.

Il Pronto Soccorso Psicologico-Italia e la sua equipe sono presenti anche per poter offrire un supporto specializzato nei casi di difficoltà comunicative familiari, che miri ad una “ri-articolazione” dei discorsi tra la coppia e con gli eventuali figli, riabilitando il dono di una parola che possa essere “efficace”, e degli annessi comportamenti comunicativi, affinchè possa essere garantito un equilibrio interno al sistema.

“La comunicazione non è un dato, ma un miracolo. Un miracolo che accade e ci fa desiderare di poterlo ripetere” (Paul Ricoeur), laddove si riesca però a metterla in atto in “maniera idonea ed efficace”, anche dovendo fare ricorso all’ausilio di esperti del settore, in quanto attività che va attenzionata e curata giorno per giorno.

Solo cosí si potranno gestire e vivere al meglio i propri rapporti interpersonali, a cominciare dalla famiglia quale ambito affettivo primario dal quale muovere alla scoperta e conquista del mondo esterno, con la garanzia di uno stato di benessere di partenza, fondamentale per la propria vita.

Dott.ssa Pamela Cantarella, Psicologa Clinica, Responsabile Settore Comunicazione Pronto Soccorso Psicologico-Italia